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C’è qualcosa di nuovo a Torino

La città non può accettare di finire catapultata in un angolino dello sviluppo nel nome del pessimismo ideologico perché ciò significherebbe non avere più sogni, progetti ed ambizioni. L’editoriale di Maurizio Molinari, direttore de “La Stampa“. 

Qualcosa di nuovo sta avvenendo a Torino. A quasi una settimana dalla decisione del Consiglio Comunale di rifiutare l’Alta Velocità è palpabile e diffusa in città una sensazione che somma delusione e voglia di riscatto.  

La delusione investe i Cinquestelle perché Torino – assieme a Roma – è stata la prima grande città italiana ad affidarsi a loro nel giugno del 2016: fu un voto massiccio, di protesta verso i partiti tradizionali che premiò Chiara Appendino anticipando quanto è poi avvenuto a livello nazionale lo scorso 4 marzo, ma ad oltre due anni da allora assai poco è cambiato. Andate in Barriera di Milano e ad Aurora e troverete il degrado intatto, se non peggiorato, passeggiate lungo i Murazzi o al Valentino e vi troverete soli, o male accompagnati. Per non parlare di un sistema di trasporto pubblico inadeguato, illuminazione carente, semafori incapaci di funzionare e marciapiedi dissestati, con tanto di indicazioni stradali che tendono a legittimarli o delle file per la carta d’identità o l’abbonamento al bus. Nella città del Nord che doveva essere la vetrina di Grillo e Di Maio le difficoltà per i cittadini non sono diminuite, non c’è stata alcuna svolta su sicurezza e qualità della vita mentre ad aumentare è stata la sensazione di essere guidati da una forza politica che davanti alle opportunità preferisce indietreggiare e perdere anziché gareggiare e costruire. Ai torinesi non è piaciuto il forfait sulle Olimpiadi invernali 2026 perché guidare il tandem con Milano – l’opzione iniziale – avrebbe trasformato il successo del 2006 in un trampolino ancor più ambizioso, con ricadute positive in ogni angolo della città. Ed ha irritato il «niet» all’Alta Velocità perché minaccia posti di lavoro, investimenti ed indotto nel nome di un’ideologia anti-moderna che persegue l’isolamento della città dalle maggiori rotte di spostamento su rotaia attraverso l’Euroasia. 

In un mondo che diventa più piccolo ed interconnesso, trasformando Parigi e Pechino in città raggiungibili sui binari, Torino viene obbligata dai luddisti contemporanei ad isolarsi dietro una montagna. Per una città che ha visto nascere il cinema, la tv nazionale e l’automobile, che ospita laboratori e pensatoi sull’alta tecnologia e la ricerca spaziale, essere trasformata in un luogo senza ambizioni è una sentenza inaccettabile. Contraria alla propria identità. Torino è una città che crea e guida, non segue e rallenta. È nel suo Dna di roccaforte del lavoro, in maniera mai gridata ma sempre operosa, che ha dato i natali a grandi leader nazionali – con idee anche contrapposte – e non può dunque riconoscersi in un’ideologia di decrescita felice il cui obiettivo strategico è tagliare, ridurre, arretrare, rinunciare. E non possono dunque bastare la città piena di turisti per l’arte, i droni al posto dei fuochi d’artificio o i test dell’auto senza conducente. 

Da qui la voglia di reagire e di riscatto. Testimoniata dai cittadini che fermano i redattori in strada per dire «ora basta con questi qui», dai lettori che ci inondano di email in cui si rigetta l’idea di «rinunciare ed arretrare», e dai protagonisti del tessuto urbano – artigiani e studenti, commercianti e imprenditori – che fremono per scendere in piazza «facendogli capire che non ci arrendiamo». Torino è la città che ha immaginato e realizzato l’Italia, ed ora percepisce che il no all’Alta Velocità cela un inaccettabile rifiuto della modernità. È qualcosa che va oltre la disputa sulla Tav – un progetto che come tutti può essere modificato e migliorato – perché investe l’identità collettiva. Quando si tratta di battersi per guardare avanti, Torino non esita a farlo: avvenne con la marcia dei quarantamila nel 1980 che pose fine all’estremismo sindacale ed è avvenuto più di recente con la difesa orgogliosa del Salone del Libro, che ha visto protagonista l’intera cittadinanza. È pronta a farlo ancora. Ed in questo c’è un messaggio che investe l’intero Paese e deve suonare come un campanello d’allarme per chi lo guida: la città del Nord che ha provato di essere più aperta alle novità politiche non può accettare di finire catapultata in un angolino dello sviluppo nel nome del pessimismo ideologico perché ciò significherebbe non avere più sogni, progetti ed ambizioni. Per queste ragioni ciò che sta avvenendo qui riguarda tutti gli italiani. 

Maurizio Molinari, La Stampa

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4 novembre 2018

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